giovedì 13 novembre 2008

Autostima

L'autostima è la consapevolezza che un bambino ha (o non ha) del proprio valore agli occhi del mondo che lo circonda (genitori, parenti, insegnanti…).
La si costruisce, passo dopo passo, sin dai primi giorni di vita del piccolo e ha a che fare, in gran parte, con il rapporto che i genitori riescono a instaurare con lui, con la loro capacità di infondergli, ancora neonato, sicurezza e fiducia in se stesso e negli altri. Non si tratta, quindi, di una componente genetica che i bimbi ricevono per via ereditaria. Dipende, invece, dal vissuto di mamma e papà, dal loro trascorso, che potrebbe renderli, senza che ne abbiano consapevolezza, ansiosi, irritabili, iperprotettivi… e che potrebbe influenzare, sempre inconsciamente, il modo in cui si prendono cura del piccino, dove per prendersi cura intendiamo proprio i gesti (cambiargli il pannolino, allattarlo, lavarlo, coccolarlo…) che fanno parte della vita quotidiana di un bebè.
L'autostima, infatti, ha nel confronto con gli altri il suo campo di battaglia e l'esterno è per il bimbo lo specchio in cui riflettersi. La componente sociale gioca, in questo caso, un ruolo determinante mentre i rapporti con la famiglia ne sono il motore trainante. Pensare che un bambino sia, per natura, sicuro o no di sé, fiducioso o meno nelle sue possibilità, significa non considerare che i genitori abbiano un ruolo determinante nell'instaurare un rapporto con il proprio figlio, in grado di valorizzarlo e aiutarlo a crescere sano e forte.

Autostima: si coltiva da piccoli…
Affinché un figlio acquisisca fiducia nelle sue possibilità è indispensabile che mamma e papà per primi prendano coscienza del fatto che il bambino non è un loro prolungamento e si interroghino su quale sia stato il loro passato (che infanzia hanno avuto, come sono stati i loro genitori, da quali insicurezza sono mossi…). Quest'indagine nei meandri del proprio vissuto è il primo passo da compiere per non affossare il bimbo con il peso di aspettative troppo rigide e dettate da motivazioni che, in realtà, non lo riguardano.
Spesso, infatti, capita che genitori insicuri e insoddisfatti di sé scarichino sul piccino le loro frustrazioni proiettando su di lui quelle che, in realtà, sono debolezze loro. In questo modo lo schiacciano, senza rendersene conto, e non gli danno la possibilità di sbagliare. Nello stesso modo, genitori che da piccoli hanno ricevuto poco valore sono più portati a trasmettere al bambino scarsa stima di sé e delle sue capacità, divenendo, inconsapevolmente, la causa principale della sua insicurezza e della sua perdita di fiducia. Queste caratteristiche comportamentali che si affermano nella prima infanzia (è entro i 6 anni, infatti, che la personalità si costruisce e si forma), potrebbero sfociare verso i 12, anni con il risveglio che segue al cosiddetto periodo di latenza, nei problemi e nei disturbi dell'adolescenza. Un bambino privo di autostima, che non crede nelle sue potenzialità, potrebbe diventare un adulto depresso, incapace di adeguarsi alle regole della società e di realizzarsi come persona, desideroso solo di farsi del male e di fare del male a coloro che lo circondano.

Psicologia in pillole: quattro consigli pratici
Genitori separati: la separazione di mamma e papà, che il bambino vive colpevolizzandosi per l'accaduto, costituisce indubbiamente un problema per la costruzione della sua autostima. Questo avviene sempre, anche quando il piccolo non viene "tirato in mezzo" e utilizzato come terreno di scontro tra le parti. L'insicurezza nasce, in questo caso, dal sentirsi responsabile e impotente di fronte a qualcosa che appare come inevitabile e che, nello stesso tempo, il bimbo non riesce a spiegarsi. Aldilà del non servirsi del piccino per il proprio tornaconto, il consiglio, in situazioni di questo tipo, è di tranquillizzare il bambino ascoltando la sua rabbia; decolpevolizzarlo spiegandogli chiaramente che sono cose che succedono; fargli capire che, qualunque cosa accada, l'affetto che mamma e papà provano per lui non verrà mai meno e non deve essere messo in discussione. In ogni caso, di fronte a una separazione, l'aiuto di un esperto è, il più delle volte, auspicabile.
Mamma e papà che lavorano: genitori assenti, oberati di impegni e impossibilitati a trascorrere in casa, con i bambini, le loro giornate. Un problema? In realtà no. Un rapporto equilibrato, infatti, non dipende dalla quantità di ore investite e, quindi, dal tempo passato insieme, ma dalla qualità dell'investimento. Madri (e padri) "fantasmi" che, però, riescono a trasmettere sicurezza ai propri figli, che vivono serenamente la loro assenza senza sensi di colpa e senza incertezze, sono talvolta da preferire a genitori onnipresenti ma dubbiosi, scontenti di sé e non realizzati. I bimbi, infatti, anche quelli più piccoli, percepiscono lo stato d'animo di chi si prende cura di loro e capiscono quando un genitore non si stima e non è soddisfatto di sé indipendentemente dal numero di ore che gli vengono dedicate. Nessun timore, quindi, per i papà e le mamme in carriera, purché effettivamente questo non diventi un motivo di incertezza e di dubbio.

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